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ipotesi corpo
di Enzo Campi
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ipotesi corpo
poemetto

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ISBN ISBN
978-88-6300-020-7
Euro 10,00 - Pag. 60
1a edizione
giugno 2010
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Prefazione
di Natàlia Castaldi
Posizioni
(tracce e
cancellazioni di un corpo in
opera)
La
parola «ipotesi»,
ύπό-ϑεσις,
tesi sottomessa, in questo
caso, al corpo, deve essere intesa
come una sorta di ricettacolo che
contiene in sé almeno altri tre
termini: supposizione, sintesi e
tesi. Tutte e tre le definizioni
(che non definiscono nulla di
categorico, ma che si sfiniscono nel
reiterare un palinsesto di
possibilità) sono sottese al
e nel corpo.
sulla soglia
pende tende il viso
soma cosa?
peso irriso
nudo assiso
sempre impreparato
tace l’ordine
disordinato
delle manie represse
inespresse
a piedi uniti
e mani sempre altrove
sempre
in opposizione
allontanandosi
dalla vibrazione
sviene ancora
scivolando
sul seme imploso
nella guaina
ascoltando il tonfo
della ragione
sempre costretta e
immobilizzata
come sema
al sasso
e al sesso
sporcandosi di senso
Termini come tonfo,
costretta, immobilizzata,
rinviano a quella tesi sotto-messa
di cui si è appena accennato e che
viaggia all’unisono con la
supposizione e con la
sottoposizione. Da qui il titolo che
ho inteso dare a questa mia disamina
su un progetto di ricerca poetica e
linguistica che l’Autore persegue a
più livelli.
Tutto verte sul corpo
e sulle sue posizioni, sulle
ex-posizioni e sulle esposizioni, su
ciò che genera i movimenti del corpo
e su ciò a cui il corpo rinvia. A
priori una ex-posizione, originaria
e sorgiva, innata e, in un certo
senso, dovuta. A fortiori
un’esposizione fortemente legata al
senso della «gettata», dell’estroiezione,
del portarsi in fuori. Non a caso le
epigrafi scelte dall’autore
riportano due citazioni di Bacon e
Artaud che, in quanto a gettate e
esposizioni, non sono secondi a
nessuno.
Il corpo è qui
tema dell’indagine e palcoscenico
in cui l’io mette in opera un
monologo questionante che -
poematicamente e teatralmente
- si incarna nel corpo del testo e
della parola cercando di risolvere
(dissolvere?) l’unicità di senso di
un doppio movimento che oscilla
incessantemente tra il dispendio
(come ragione di vita) e il
ricominciamento (come unica
possibilità di proiezione verso l’a
venire). Ciò avviene
attraverso la scissione
drammatizzata tra forze
centripete (pulsione, desiderio,
istinto-carne) e forze centrifughe
(ragione, indagine e
ricerca-alterità).
e fa specie sapere
che il dolo
non è preso a nolo
e affrescato
nell’istante
ma lucidamente
reiterato
nel fluido fiume di
carne
che riannoda
il punto al punto
l’uno raggomitolato
l’altro estinto
prima
trascolorato e vacuo
poi
insignito della
carica suprema
che lo spinge ad
apostrofare
il cosa
seguito dal punto di
domanda
Lo scopo della parola
non è quello di descrivere le
passioni, bensì quello di lasciare
che la drammaticità e la
drammatizzazione trovino
espressione attraverso la
rappresentazione dell’effetto che
esse esercitano nel corpo, nella
voce del corpo, o meglio: nel
corpo della voce, nel fragore di
assonanze ed allitterazioni che si
susseguono pretendendo l’oralità di
un testo che fa del corpo materia di
indagine e veicolo di prosecuzione.
io corpo
certo
pronto all’uso
appena appena
pastorizzato
poco più che
prosciugato
ripartorito ripartito
fluito
di poco in poco
pesato pensato
in vero disappaiato
come a dire
ghigliottinato
in fine piallato
per svilire l’attrito
come a ribadire
la privazione per un
passato
sempre da ripassare
per morire il mondo
a tutto tondo
e ridefinire
l’immondo
a cui tendiamo
teniamo la mano
Un teatro del dolore
(o, se preferite, della finzione del
dolore; non a caso le posizioni
vengono spesso declinate come “pose”
e “posture”, senza disdegnare di
sconfinare nei territori delle
“sovrapposizioni” e delle
“posposizioni”) nel quale e per il
quale si scatena un bisogno di
«alterità» che si allunga oltre
il sé in offerta, si incunea nel suo
stesso nucleo pulsante, in
quell’istinto animale, tanto brutale
quanto crudele, volto a scarnificare
l’aporeticità che lo pervade nella
sua oggettiva condizione assoluta e
dominante.
[...]
magari cantare
per meglio toccare
tacciare tollerare
e mettersi in posa
postura su postura
e allora ridonda
si snoda
attorcigliandosi
si sottopone
anteponendosi al peso
si sovrappone
posponendosi al sesso
s’estenua
sopravvivendo al
cozzo
per testare testarsi
e rendersi al senso
dei sensi defraudati
seppur ingigantiti
e collerici
sempre tesi e resi
ceduti al miglior
offerente
caduti sotto il giogo
del non sarà mai
stato che altro che questo
di
poco
in
meno
transitante
e
altero
[...]
faccio finta di
niente
sempre in opposizione
avvicinandomi allo
spasmo
faccio finta di
cadere
e m’appropinquo
all’esalazione
dell’umore
lungolinea esteso
inesploso
a p p a r e n t e m e
n t e concluso
faccio finta di
sognare
mi trascino del tutto
o poco più
attraversandomi al
limite
mentre la lama
declina
il suo istante di
gloria
La drammaticità si
concretizza nella creazione poetica
scrivendo e riscrivendo il
linguaggio nel corpo,
ricercando il senso non solo nel
significato oggettivo della parola
ma, anche e soprattutto, nel
connubio tra phoné e significante,
in quell’incontro-scontro che
restituisce al corpo (suo e del
lettore) le disattese potenzialità
che l’oralità ha in senso
originario, in un gioco al
massacro che, colpendo
direttamente i sensi, traccia una
mappa percettiva di significati e
gesti attraverso i quali l’io si
riscopre e si espone nelle verità
più impietose ed intime di una carne
che non può esimersi di mettersi «in
opera».
io corpo
dunque
solo pelle
slabbrata
deflagrata nei
fianchi
messa in opera
traumatizzata
abbandonata al
venereo fluido
che schizza ignavo
nell’ovo riflesso
dall’anomalo specchio
solora taciuto
né interamente
compreso
né mai abbattuto del
tutto
e sempre proteso al
canto
Il tempo sembra
assente giacché tutto si svolge in
un «flusso ininterrotto», tanto
naturale quanto crudele, entro i
confini spaziali del proprio corpo.
Ed è proprio all’interno del corpo
che io e tempo si
annullano conciliandosi nella
pulsione-necessità del
momentum-fenomeno, in un susseguirsi
di presenti urgenze da
soddisfare o vanificare.
io corpo
sempre toccato
e schivato a malapena
poco più di un
orgasmo
risuona e rinsalda
senza contatto alcuno
e qualcuno lo sa
per questo l’araldo
urla l’editto
per mettere a morte
l’estraneo
che soffia
sgretolando gli organi
e solo abbaia e
ruggisce
chiamando a sé
l’ellisse ovalica
della vagina dentata
cosa?
Il soggetto,
sottomesso (sempre nella doppia
accezione di supposto e sottoposto,
cioè ipotizzato e posto al di sotto)
al suo stesso spazio-corporeo,
soggiogato dalla crudeltà del
bisogno quale corrispondenza di
istinto e senso, implode
violentemente in un’ansia sacrilega
di dissoluzione degli schemi imposti
di colpa e peccato, riscoprendosi
nella sofferenza e nel piacere della
stilla che, rigenerandosi,
celebra e insieme mortifica il
prepuzio, sì da spostare l’ansia
metafisica - quale risposta alla
ricerca della sua stessa origine -
nel fulcro rovesciato della
sua stessa «materia-carne»,
dissacrando ed incarnandosi «corpo
nei corpi», essenza di senso,
essere in quanto finito ed immanente
spazio.
Questa rigenerazione
agisce sulle «posizioni» del corpo,
ovvero ne ri-posiziona la forma e la
materia moltiplicando le modalità
del suo transito, senza
disdegnare di misurarsi con la
propria improduttività.
e non concordo
coi passi escritti
sulle linee
dell’inquietudine
né ritiro l’arto
dall’insperato
amplesso
col supporto
che ospita
il mio seme al nero
e
mi
mortifico
mescolandomi al
residuo di ciò
che un giorno fu
incenerito
e glorificato
in un con
che tracimava
d’inconcluso
Dunque, anche
l’amplesso, il donarsi e prendersi
appare teatralmente fallace e
limitato al bisogno e all’urgenza di
un qualcosa che travalichi
l’immanenza. Così tutto scorre in un
flusso ininterrotto ove l’alterità
si rinnova nel dispendio di sé e che
ritorna a sé a mani vuote (o a mani
troppo piene da sembrare vuote)
perché amore
se non sesso al senso
che qui s’annoia e tace
dedicandosi la firma
simpatica
pronta a dissolversi
all’occasione mancata?
Amore, passione,
bisogno, desiderio coincidono con
l’unità di senso, con quell’uno
che ne è origine e tristemente fine,
conclusione, gesto circoscritto
entro i confini del proprio derma.
L’ansia verso il fuori da sé appare
come un’illusoria e folle richiesta
che si s-finisce, estroiettandosi e
eiaculandosi (esponendosi e
gettandosi), nella consapevolezza
immanente e radicale di un’ellisse
di apparente solitudine e
inevitabile disperazione.
se la lingua
s’impasta e precipita
comunque accedo
accadendomi
nella lacerazione
perché corpo dunque
e per rinverdire
cosa?
Ma la
drammatizzazione dell’intero corpo
testuale potrebbe portarci a
vagliare anche altre ipotesi.
Basta leggere tra le righe e isolare
alcuni passaggi per rendersi conto
che esiste la possibilità che tutta
questa apologia dica l’esatto e
perfetto contrario di ciò che
manifesta: non il dolore e la
disperazione quindi, ma la
consapevolezza che il piacere e
l’appagamento viaggino, a braccetto
e di comune accordo, con l’idea che
il rendersi prossimo all’altro
(sia l’altro-da-sé che propriamente
l’altro sesso) rappresenti
l’unica possibilità di prosecuzione.
Ancora un ri-posizionamento quindi.
Il corpo-uno, nel tentare di
instaurare un regime di prossimità
col corpo-altro, per usare una
terminologia cara all’autore, si
deloca o si rialloca costruendo una
sorta di protesi del suo stesso
spazio vitale.
e
mi
avvicendo
all’altro
che non arriva mai ad
essere
il solo l’unico
l’esaustivo
senza distinguere
all’interno del fondo
confondendomi appunto
col
senza fine
[…]
quale utopia
è mai stata così
vera?
pura emozione
del precipite
in cerca della sua
levata
[…]
lo dico io
ora qui
solo sesso
sasso a sasso
senza senso
verso a verso
oppure
per converso
solo dilezione
amore
affetto
slancio
intensità
adorazione
effetto
Ma torniamo alla
parola, al linguaggio: “piaga per
disappropriarsi / o poesia per
disgregarsi?”, si chiede l’autore.
Siamo artaudianamente dinanzi ad una
scrittura-estrema in cui attraverso
un fitto gioco di inversioni
semantiche e sintattiche, ogni
parola viene scomposta e ricomposta
nel suono e nelle sillabe facendosi
così vettore di senso svincolato e
pre-esistente al pensiero. Una
scrittura speculare nel suo
dispendio e ricominciamento che,
disgregandosi, costringe all’a
capo per poi ricomporsi a
partire dal suo interno, tra le
righe dicevo poc’anzi, o meglio nei
suoi spazi bianchi, sì da lasciare
con-fluire corpo della voce e
corpo del testo in una sorta
di «mise en suspence», sospendendo
cioè il giudizio a favore della
percezione e del senso, che qui -
per l’appunto - afferma se stesso.
irrimediabilmente
smembrato
pezzo a pezzo
per meglio
specificarsi
e quantificare il
prezzo
da pagare
per comprare
una lingua privata
del palato
ove impastare la
complessità del canto
qui smisurato e
dettato
senza il punto
che permetterebbe l’a
capo
solo una volta
per l’appunto
capovolta
Ma su cosa questo
senso, che si fa corpo e nel corpo
coincide, afferma se stesso? Il
senso è l’Io, il senso sono «io»
dice l’autore, sono «io» nei miei
«fenomeni», nelle mie «posizioni» e
nei miei ri-posizionamenti, nelle
manifestazioni naturali della mia
carne, delle mie pulsioni animali e
al contempo trascendentali, sono
«io» che esisto e sono perché corpo
di me stesso che non si piega alle
leggi di quello che Derrida, a
proposito di Artaud, definì “Ladro”
o ancora “gran Furtivo”, sono «io»
in quanto corpo che si allunga
sfinendosi e rigenerandosi negli
altri corpi, dando così luogo al
dono, allo scambio, al con-tatto che
è significato immanente del mio
stesso essere.
io corpo
dunque
carne a carne
s’infervora e
fluisce
scorrendo
appena aprendo
e aprendosi
succhiando la linfa
alla falda
che salda
l’umido al fluido
in un solo gesto
d’amore
In definitiva, la
morale di questo poemetto, in cui le
parole sembrano generarsi una
dall’altra e cancellarsi una
nell’altra, ci pone dinanzi a una
soglia in cui la dissoluzione di
ogni gesto rappresenta
l’inevitabilità cui si va incontro
sia nella vita che in letteratura.
Ed è, forse, proprio
questo che ci rende vivi, che ci
consente il transito e che ci
permette di celebrare l’apologia del
ricominciamento.
e qui vocò
il ritorno al punto
primo
dal quale ritessere
la linea
lungo cui sfibrarsi
e
ricominciare
ipotesi
corpo
Enzo Campi
Edizioni Smasher - 10,00 euro
1a edizione giugno 2010
ISBN 978-88-6300-020-7 |