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Da vicino nessuno è normale
Giusy e il punto di non ritorno


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Prefazione
La
concezione della malattia mentale in
realtà non è mai mutata completamente,
neppure dopo la legge Basaglia del 1978.
La storia di Giusy Fasolo ce lo insegna,
dandoci le colpe che abbiamo, privandoci
dei paraventi dietro i quali noi del
settore della psichiatria e della
psicologia spesso ancora oggi ci
nascondiamo. Tracciata, così, la nostra
prima colpa.
Il disavanzo tra malattia e umanità,
relativamente a due fronti che vedono
contrapposti chi ritiene di avere il
compito di “sostenere clinicamente la
patologia psichiatrica” e chi pensa
di dover difendere la dignità di colui
che viene etichettato come disagiato,
in realtà fa ancora fatica a trovare
compensazione, se non una unione
concettuale. Vi sono taluni operatori
che guardano al soggetto pensando prima
alla nomenclatura del suo disagio
psichico e poi, eventualmente e se resta
tempo, all'umanità calpestata che smette
di assumere le forme di dignità, diritto
e voce. E qui è necessario assumersi una
seconda colpa.
Il malato mentale è spesso
considerato - prima ancora di essere una
persona - solo un oggetto che procura
fastidio, un successo o un non
successo terapeutico, una cavia sulla
quale sperimentare da un punto di vista
clinico e farmacologico, con poca
progressione scientifica. Troppo spesso
ancora ci si scorda che i colli
inclinati, gli occhi fissi e appannati,
i dondolii, l'interruzione della parola
e apparentemente delle relazioni con
l'esterno, sono in realtà molto spesso
frutto delle nostre mani e delle nostre
firme su fogli clinici, su cartelle, su
dichiarazioni di malattia, su farmaci
prescritti, su sentenze facilmente
rintracciabili in una ortodossia clinica
che va smantellata.
Il collo inclinato di Giusy Fasolo
contro “lo sporco del finestrino”,
il suo arresto e la sua infinita notte
presso la Caserma dei Carabinieri di
Barcellona Pozzo di Gotto, l'etichetta
di “bandito in gonnella”
sviluppata dai quotidiani locali
(Gazzetta del Sud e Giornale di
Sicilia), la sua breve permanenza nelle
carceri messinesi di Gazzi, il suo lungo
(2 anni e 9 mesi) periodo in O.P.G.
“Ghisiola” a Castiglione delle Stiviere,
la sua odissea familiare e individuale,
la solitudine consequenziale, non sono
stati sempre e soltanto prodotti della
sua patologia psichiatrica:
spesso sono stati conseguenze devastanti
di un servizio socio-sanitario presso il
quale, in realtà, la bandiera della
nuova psichiatria tarda ad arrivare.
Sono stati prodotti di una
somministrazione farmacologica spesso
sconsiderata, di una valutazione non
ponderata, di una pressione di potere
clinico discutibile, di un peregrinare
terapeutico che ha riproposto negli anni
lo stesso peregrinare subito da Giusy
durante l'infanzia quando, per essere
allontanata dalle violenze del padre e
per darle un blando aiuto
comportamentale, veniva alloggiata
negli Istituti.
Rappresentando un insuccesso
terapeutico, il suo caso veniva
“posato”, lasciando ad altri un compito
impossibile: guarirla. Così, Giusy
Fasolo negli anni non è stata seguita,
presso i servizi socio-sanitari della
sua città, da un solo professionista, ma
da diversi. Gli esiti e i risultati
ciascuno di noi li conosce bene, li
rivede ogni giorno in lei. Chi ha colpa
di tutto questo dovrebbe chiedere scusa
alla famiglia Fasolo e Panté, poiché i
tempi sono maturi da molti anni ormai.
Ho conosciuto Giusy Fasolo e con forza
posso affermare che danni evidenti sono
stati fatti a carico della sua vita e di
quella dei suoi familiari nel corso
degli anni. La sua storia dovrebbe
servirci da monito, divenendo un
richiamo di coscienza per chi deve
vedere anche al di là del ruolo che
ricopre. Non abbiamo una poltrona e una
scrivania per devastare la vita di
qualcuno o per gestirla secondo
parametri che appartengono a comparti
stagni, alle nostre personalissime
valutazioni, a manuali diagnostici letti
e studiati in malo modo.
Il ruolo che ci viene affidato, nel
pubblico o nel privato, dovrebbe
assumere il dovere del sostegno, della
cura, della prevenzione, del rinforzo
della salute mentale, dell'accoglienza e
dell'ascolto dei tratti di chi abbiamo
di fronte.
Quello che viene definito malato
mentale è un uomo, è una donna, è un
soggetto che pone in essere di fronte a
noi - e alle nostre talvolta falsate
evidenze - richieste di nuove
attenzioni, di regolazioni migliori
nella somministrazione farmacologica, di
assenza di contenzione, di azioni
ergoterapeutiche programmate, etc.
Richiede una rivalutazione da parte
nostra di concetti e astrazioni, di
nomenclature e aggettivi. Ma che sia una
rivalutazione vera, e non solo una
formula da convegno.
Ciascuno di noi dovrebbe assumere,
umanamente e professionalmente, leggendo
questo libro, piena coscienza di quello
che è accaduto a chi ne ha consapevole
lucidità e profonda paura nella
determinazione dei propri diritti.
Perché ciascuno di noi poteva essere
Giusy Fasolo, così come lo possono
essere i nostri figli, i nostri fratelli
e le persone a noi care. Ciascuno di noi
può assumere domani il ruolo di
oppresso, non più di oppressore.
Ciascuno di noi dovrebbe comprendere,
attraverso i tracciati di una storia
reale come quella di Giusy Fasolo, che
si è colpevoli di fronte a tutto questo,
che l'insuccesso terapeutico non
riguarda la malattia mentale e la sua
eventuale inguaribilità, ma
soprattutto il nostro modo di porci
all'altro, di dare (o di non dare)
all'altro quel sostegno che non è
sostituzione di personalità, come si fa
con i pezzi di ricambio delle macchine,
ma equilibro personologico, una
riabilitazione psichiatrica concreta,
congruente e non pressappochista.
Lasciamo che l'altro possa, con il
nostro sostegno, divenire dignità,
senza che questo comporti ancora una
volta da parte nostra la distorsione
della sua vita, dando ad essa la forma
che più riteniamo consona.
è vera e risulta evidente sempre di più
la chiosa finale: da vicino nessuno è da
ritenersi normale. E ben racconta,
attraverso le parole di Giusy, la
sorella. Donna matura e
professionalmente attenta all'altro e
all'eventuale disagio che è costretto a
vivere. Su questo pongo la mia
valutazione di eccellenza nei confronti
di Giulia Carmen Fasolo, in umanità e
professionalità, poiché ne posso
comprovare gli esiti visto che la stessa
esce dalla mia scuola di formazione.
Donna che ha vissuto, fin da piccola, un
peregrinare terapeutico per la sorella
con scarsi esiti, ad eccezione del
periodo attuale che la vede in cura
presso la Comunità Terapeutica Assistita
Villa Gaya
situata nel Comune di Oliveri. Qui,
Giusy sembra aver trovato, grazie all'équipe
professionale interna alla struttura,
quella stabilità terapeutica (e non
solo) di cui da sempre aveva bisogno.
Giulia Carmen Fasolo sa bene che oggi,
da adulta, la fama professionale, che ha
costruito con tanti sacrifici personali
e formativi, la pone di fronte ad un
necessario impegno: non fare gli errori
che tanti altri hanno fatto con Giusy
nel corso degli anni, guardare ciascun
essere umano negli occhi per leggerne le
sue vive esigenze, senza porlo mai in
posizioni secondarie, ascoltarlo e
contribuire alla sua libertà e forza
mentale. Tutto ciò perché l'uomo ha pari
dignità, qualsiasi sia la forma che
assume la sua mente, affinché per
nessuno ci sia – come per Giusy – un
punto di non ritorno.
Chi opera nel campo della psicologia e
della psichiatria, del servizio sociale
e dei programmi riabilitativi, chi
combatte per la dignità umana, chi
sostiene la vera salute mentale non può
che offrire consensi a queste pagine e
al dolore della famiglia che ha subito
tutto ciò che ci viene raccontato. E
farne tesoro, per non riproporre lo
stesso dolore e gli stessi errori in
futuro.
Da vicino
nessuno è normale.
Giusy e il punto di non ritorno
Edizioni Smasher, 10 euro
ISBN 978-88-6300-005-4
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